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Per salvare la montagna PDF Stampa E-mail

da un testo di Paolo Rumiz, di cui e' stata autorizzata la diffusione in parte o todo, indirizzato al congreso del CAI.La bellezza dello stile, l'assoluta condivisione delle sue tesi, ci portano a condividerlo con voi, con tutti coloro che sono contro il disprezzo ambientale.

  

Cari amici
E’ curioso che non possa essere qui tra voi perché il mio giornale mi ha
spedito a occuparmi di montagna. Questa mia diserzione è figlia della stessa
emergenza che sarà sul tavolo dei vostri lavori. Devo vedere cosa accadrà
quando la scure dei tagli pubblici si abbatterà sulle ultime scuole lasciate
a presidio delle valli più lontane e spopolate. Lo dico con dolore. Per
l’ennesima volta devo monitorare un abbandono di terre alte che apre la
strada ai… cinghiali, al degrado e al saccheggio delle risorse. Il mio
disappunto per non essere qui a Predazzo è attenuato – ma solo in piccola
parte - da questa mia “chiamata alle armi” a difesa dei territori di cui -
oggi qui - vi occupate.

Questa mia non è una semplice lettera formale di scusa per un’assenza. E’
qualcosa di più. E’ un’invettiva contro il degrado della montagna di cui
vorrei che il Cai tenesse conto, e quindi vorrei fosse considerato un
intervento a tutti gli effetti. Ritengo che i lavori sulla Tutela ambientale
debbano essere prioritari su qualsiasi altra discussione, tale è l’emergenza
che ci troviamo a fronteggiare. Tutto il resto – reclutamento soci, cultura,
manifestazioni - sono quisquilie rispetto alla trasformazione biblica cui
stiamo assistendo e che la civiltà dello spreco fa di tutto per non farci
vedere nella sua reale gravità.

Gli alpinisti non sono una casta. Essi fanno parte dell’Italia e non devono
tutelare se stessi per costruirsi serre riscaldate, ma esporsi in prima
linea – nel vento forte - per tutelare coraggiosamente il loro Paese, il
nostro Paese, senza guardare in faccia nessun Governo, nessun colore
politico, nessuna confraternita di pressione economica o politica. Vorrei che
il Cai sapesse di essere una lobby e di avere una massa critica e una
capacità di pressione sufficienti a cambiare le cose, una forza d’urto che
esso può esercitare, se necessario, platealmente, facendosi sentire con
iniziative clamorose sotto il portone del Palazzo. Non ci sono più alibi per
defilarsi.

Ho cominciato a frequentare la montagna da bambino. Da adolescente ho sognato
le prime arrampicate leggendo “Alpinismo Eroico” di Emilio Comici, e
talvolta, inseguendo questo eroismo ho rischiato la vita da incosciente.
Erano gli anni in cui, specialmente nella mia Trieste, le Alpi erano le
sentinelle della Nazione. Da Aosta a Tarvisio gli Alpini uscivano ancora con
i muli. Poi è arrivata la stagione adulta, il sesto grado, le nuove vie
aperte in Pale di San Martino, Gruppo dell’Agner, Dolomiti della Sinistra
Piave. A trent’anni ho lasciato l’arrampicata, quando ho messo su famiglia,
ma ho continuato a frequentare la montagna con occhio attento alle sue genti
e al suo habitat.

Negli anni seguenti ho raccontato l’Alpe come giornalista e scrittore,
continuando a percorrerla in silenzio, e più la percorrevo, più aumentava la
mia insofferenza per certo alpinismo – ginnico, narciso e dunque infantile -
che puntava all’estremo ignorando tutto ciò che circondava lo strapiombante
itinerario verso la vetta. Tutto, a partire dagli uomini. Essi non vedevano
l’agonia dei ghiacciai, l’inselvatichirsi del territorio, la desertificazione
dei villaggi, la requisizione delle sorgenti, l’aggressione agli ultimi spazi
vergini, la cementificazione degli altopiani, la costruzione di impianti di
risalita nel cuore di parchi naturali. Non reagivano allo smantellamento del
paesaggio che la nostra Costituzione ci impone di tutelare.

Nel 2003, l’anno della grande sete, ho monitorato le Alpi, in un affascinante
viaggio di quattromila chilometri dal Golfo di Fiume fino alle Alpi Liguri.
Ne ho tratto un racconto a puntate uscito in 23 puntate su “la Repubblica”,
una pagina al giorno. Il Grande Male che ci mina dall’interno era visibile
ovunque, nel prosciugamento dei fiumi. Mai nella storia d’Italia, erano stati
così spaventosamente vuoti. Il loro simbolo era il Piave, teoricamente sacro
alla Patria, ma praticamente ridotto a un rigagnolo, un greto allucinante
spesso più alto delle stesse strade che lo costeggiano. Uno stupro perpetrato
dalla stessa Enel che aveva ereditato il Vajont.

Non esiste in Europa un Paese con i fiumi nello stato pietoso di quelli
italiani. Le nostre acque non mormorano più, sulle nostre valli scende una
cortina di silenzio funebre di cui nessuno parla. La gravità della situazione
non sta solo in quelle ghiaie allucinanti, ma nel fatto che pochissimi le
notino, nel fatto che TUTTO attorno a noi – dalla pubblicità audiovisiva
nelle stazioni alla dipendenza nazionale dai telefonini - è costruito perché
non ci rendiamo conto del disastro e continuiamo a dormire sonni tranquilli
fino a requisizione ultimata delle risorse superstiti.

L’opinione pubblica italiana dorme, sta a noi svegliarla. Sta a noi,
innamorati della montagna, ricordare che l’Italia è malata e nonostante
questo c’è chi vuole succhiarle le ultime risorse. Una notissima
multinazionale dell’alimentazione sta apprestandosi a requisire le ultime
fonti dell’Appennino tosco-emiliano; altre società hanno catturato le residue
sorgenti libere della Val Tellina con la scusa di preservare una risorsa
preziosa. Si inventano eufemismi per consentire gli espropri: per
esempio “neve programmata”, per nobilitare quel salasso di fiumi moribondi
che si chiama innevamento artificiale.

Si afferma che pompare acqua dai fiumi serve a sostenere l’economia della
montagna e quindi a evitare lo spopolamento, ma tutti – anche i citrulli –
sanno che quegli impianti affogano in deficit spaventosi che la mano
pubblica, resa sensibile da opportune donazioni, sarà chiamata a coprire con
i nostri soldi. E tutti, nel comparto, sono a conoscenza che più nessuno in
Austria, Francia, Slovenia, Svizzera e altre nazioni montanare d’Europa,
programma seggiovie a quote dove la neve non arriva se non episodicamente.
Ma la grande scoperta della mia vita di giornalista è stata l’Appennino, che
ho percorso metro per metro nel 2006, dando vita a un’altra serie di
reportage. Ho scoperto un arcipelago di meraviglie e una rete di uomini-eroi
che si ostinano a resistere in quota perché hanno la lucida certezza che
l’equilibrio del nostro Paese dipende dalle terre alte. Un’Italia minore,
dimenticata dal potere, della quale temo che il nuovo federalismo in auge
servirà solo a sdoganare il saccheggio.

Il simbolo di questa aggressività suicida del Paese verso la sua montagna l’ho
visto incarnato nella pastorizia, massacrata di divieti e schiacciata da
un’alleanza fra burocrati di provincia e una grande distribuzione che spaccia
nei nostri negozi carne straniera senza nome e senza qualità. La pastorizia,
cenerentola dimenticata, dopo essere stata per secoli inestimabile ricchezza
del Paese.

Sempre più spesso capita che ai piccoli comuni spopolati e in bolletta si
presentino emissari di grandi aziende che, in nome dell’equilibrio ambientale
e altre cause nobili come l’abbattimento del CO2 o il salvataggio delle
acque, propongano la costruzione di piccole o grandi centrali, come quella a
biomasse che presto stravolgerà la parte più intatta dell’Appennino parmense.
Senza più lo Stato alle spalle, questi Comuni non hanno più gli argomenti
tecnici e la capacità contrattuale per dialogare alla pari con questi giganti
danarosi, capaci di mettere a tacere qualsiasi resistenza. La montagna da
sola non ce la fa a proteggersi. Anzi, talvolta è la peggior nemica di se
stessa.

Per questo credo che, oggi nel Cai, il ruolo di sentinella dell’Alpe vada
rivisto. Noi soci restiamo sentinelle, certo: sapendo però che il nemico non
è più esterno alla frontiera, ma abita qui e si muove come vuole nella
finanza, nell’economia e nella politica del Paese. Per batterlo serve
un’alleanza fra città a provincia, alpinisti e montanari. Il Cai deve
ritrovare lo spirito delle origini, laico e indipendente dell’Italia
post-risorgimentale che partì alla scoperta di se stessa, monitorando,
crittografando, esplorando con passione ogni angolo sperduto del territorio
appena unificato. L’Italia è un Paese di montagna, e non voglio che diventi
un’esausta colonia, a disposizione di poteri senza patria.

E verrà un giorno in cui i fiumi si svuoteranno, l’aria diverrà veleno, i
villaggi saranno abbandonati come dopo una pestilenza, giorni in cui la neve
e la pioggia smetteranno di cadere, gli uccelli migratori sbaglieranno
stagione e gli orsi non andranno più in letargo. Verrà anche un tempo in cui
gli uomini diverranno sordi a tutto questo, dimenticheranno l’erba, le piante
e gli animali con cui sono vissuti per millenni.

Sembrano le piaghe d’Egitto. Invece è l’Italia di oggi. Pensate che uno ci
dica tutto questo, un profeta solitario incontrato per strada. Gli daremo del
matto? Oppure taceremo per la vergogna di ammettere che è già successo e di
non aver fatto niente per impedirlo?

Paolo Rumiz

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